martedì 23 aprile 2013

Italia. 1943 - 1945. Guerra Civile. 09. Cefalonia. Divisione "Acqui".

LOSFELD
A CURA DI GIOVANNI PITITTO






ITALIA
1943 - 1945
GUERRA CIVILE

UN PERCORSO PER FONTI
A CURA DI
GIOVANNI PITITTO


Italia. 1943 - 1945. Guerra Civile. 
Volti e scenari corrosi dal Tempo. 
Di un'Italia dei Giorni dell'Odio. 
Di un'Italia dei Giorni dell'Opposto Orrore. 


LA 
BARBARIE 
DI CEFALONIA

(Settembre 1943)

Dedichiamo questa pagina ad un immenso Crimine di guerra. 
La dedichiamo all'esercito regolare tedesco - che anch'esso, sì, scelse. 
Ma di macchiarsi di crimine di guerra per avere ucciso in modo barbaro.
Quelle centinaia di ufficiali italiani fucilati in Cefalonia. 
E quelle migliaia di soldati dell'Acqui. 
Prigionieri. 
Di una Guerra che non era più guerra. 
Era ormai - e solo - Delitto. 
(GP)






Fu a Roma che si consumò la tragedia della Divisione Acqui, di stanza nell'Isola greca di Cefalonia. 
Fu quando poche persone: il re, Badoglio, Ambrosio, vari altri, ritennero opportuno salvarsi loro. Nessuna disposizione all'esercito dando, per far salvare uomini truppe popolo Nazione. 
I nazisti fecero solo il mestiere loro: carnefici. 
Ma la responsabilità storica, politica, morale, grava tutta su quel piccolo gruppo che da Roma scappò. 
Dicendo poi che l'8 settembre 1943, per l'Italia, fu scapparono tutti

La Divisione Acqui - in Cefalonia - non scappò. 
Infatti il re, Badoglio, Ambrosio, vari altri vissero. 
La Divisione Acqui morì. 

Per difendere cosa? - Uno Stato "democratico"? Formata da giovani vissuti quali bombardati dal Minculpop non sapevano neanche cosa fossero questi concetti. 

Morirono perchè scelsero: 
Di morire per difendere l'unico valore ch'era loro rimasto: essere diversi.
Non essere tra quelli che decisero di morire ma per Hitler ed il sempre più reso asservito Mussolini. 

Questo, sfrondato da ogni inutile retorica, sia di Epitaffio a quelle migliaia di soldati. 

Italiani. 

Che morirono non per Hitler: l'esercito germanico (!) - non le SS - li ha massacrati. 
Che morirono non per Mussolini: che aveva asservito l'Italia alla follìa tedesca. 

Italiani. Giovani a migliaia poco più che adolescenti. 
Che dal governo legittimo - ormai comodamente a Brindisi - furono in Cefalonia abbandonati. 

Morirono per la loro dignità: di essere, di voler essere, Uomini. 




Cefalonia
Rai Mini serie Tv (2005) Cefalonia - Prima Parte (L. Zingaretti, L. Ranieri, C. Gioè).
Presentazione: "Nel formato originario, la fiction è composta da due puntate, che vennero trasmesse in prima visione su Rai Uno nell'aprile del 2005. La regia è di Riccardo Milani. L'autore delle musiche originali è il maestro Ennio Morricone, il cui brano completo si intitola Dammi la mano. Regia Riccardo Milani Sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli Interpreti e personaggi Luca Zingaretti: Saverio Blasco Luisa Ranieri: Feria Corrado Fortuna: Nicola Claudio Amendola: Mikis Jasmine Trinca: Elena Claudio Gioè: Don Liborio Antonio Milo: Senise Flavio Pistilli: Davide Giovanni Carroni: Maggiore Bartoli Paolo Setta: Tancredi Laura Maria Rondanini: Suor Lorenza Massimiliano Gallo: Lattanzio Fausto Paravidino: Gualtieri Marcello Mazzarella: Lacombo Teco Celio: Landauer Pier Luigi Misasi: Larios Valerio Mastandrea: Moreno Racconta, in modo romanzato, i fatti avvenuti a partire dall'8 settembre 1943 che hanno visto la distruzione della divisione Acqui ad opera di forze tedesche (eccidio di Cefalonia) Trama: Protagonista è il sergente Saverio (Luca Zingaretti) che assiste o partecipa a tutti i principali avvenimenti, la gioia delle truppe italiane per l'armistizio, la decisione di resistere con le armi alle intimazioni dei tedeschi, i combattimenti, l'eccidio degli ufficiali presi prigionieri, la resistenza, nei mesi successivi, di alcuni militari sopravvissuti, il ritiro delle truppe tedesche. Saverio tornerà in Italia con la donna che ama, sopravvissuta come lui a tutti i tragici avvenimenti".
(Su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=WcQGhyMcLsI&feature=youtu.be
- da TeleRicordi  il 10 dicembre 2013  - si ringrazia)
(Condivisione:
http://youtu.be/WcQGhyMcLsI)
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CEFALONIA - FILM - SECONDA PARTE

Rai Mini serie Tv (2005) Cefalonia Seconda Parte (L. Zingaretti, L. Ranieri, C. Gioè)
(Su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=WzfG6bRErlc
- da TeleRicordi il 10 dicembre 2013 - si ringrazia)
(Condivisione: http://youtu.be/WzfG6bRErlc)
Categoria: Film e animazione
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Giuseppe VERDI, Messa da Requiem
Dirigient KARAJAN · La Scala Orchestra and Chorus of Milan
0:00:32 Requiem
0:08:43 Dies Irae 
0:10:55 Tuba Mirum 
0:12:58 Mors Stupebit 
0:14:19 Liber Scriptus 
0:19:23 Quid Sum Miser 
0:23:13 Rex Tremendae 
0:26:44 Recordare 
0:31:05 Ingemisco 
0:34:45 Confutatis 
0:40:24 Lacrymosa 
0:46:05 Offertorio 
0:56:53 Sanctus 
0:59:51 Agnus Dei 
1:04:32 Lux Aeterna 1
:10:45 Libera Me
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(Condivisione: http://youtu.be/Xl59Gn602hg) 

(Immesso in Youtube da: Josep489 - si ringrazia)

Sommario
2001. Paolo Valentino, La strage di Cefalonia con gli occhi degli aguzzini.
2001. Mariano Barletta, Il racconto inedito di un ufficiale della divisione Acqui.
2003. Giulio Sardi, Acqui Terme. Anche Cefalonia.
2006. Alfio Caruso, Cefalonia ’44, scacco alla Wehrmacht - La rivincita dei «banditi della Acqui».
2007. Antonio Carioti, La procura di Monaco ritratta l’ingiuria, ma il processo non si farà.
2009. Cefalonia, i 720 morti della nave Ardena forse vittime di sabotaggio tedesco.
2009. Luciano De Donno, Spedizione Subacquea Italiana. Cefalonia. Relitto nave  “Ardena”.
2012. Paolo Bricco, I volti e le storie degli sfollati di Finale Emilia - L'alpino.
2012. Verso rinvio a giudizio per Stork, 10 testimonianze a vaglio inquirenti.
2013. Andrea Carli, Badoglio. L'esercito allo sbando, per l'Italia inizia una nuova guerra.
2013. Emilio Gentile, Morì lo Stato, non la patria.
2013. Michele Giardina, Cefalonia, il peggior eccidio di militari italiani compiuto dai tedeschi.
2013. Eccidio di Cefalonia, tribunale militare di Roma condanna all'ergastolo ex nazista novantenne.
2013. Giovanni Minoli, Eccidio di Cefalonia.



***


 

Paolo Conte, Eden 
(di: Paolo Conte) 

Solo in un silenzio penso a niente 
e voglio solo te, 
padre emozionato ed entusiasta 
che ti specchi in me. 

Solo contro niente mi accontento 
e non mi annoio mai, 
suono un bel saxofono d’argento 
e non mi sbaglio mai… 

Ah, cado nel vuoto… 
Ah, soffio nel fuoco… 
Ho cercato per tutto il paradiso 
la quota dove sta il tuo sorriso… 

Ah, voglio suonare… 
Ah, e camminare… 

Sto cercando per tutto il paradiso 
la guida che m’incontri il tuo sorriso… 

Paolo Conte - Eden 
Una struggente esibizione - Live Arena di Verona 
(Immesso su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=X1LT7K7nTBw 
- da antoniomike - il 31 gennaio 2012 - si ringrazia) 
(Condivisione: http://youtu.be/X1LT7K7nTBw) 
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25 marzo 2001
Paolo Valentino, La strage di Cefalonia con gli occhi degli aguzzini - TESTIMONIANZE Si rompe in Germania la «congiura del silenzio» sull' assassinio dei 5000 soldati italiani: due diari rivelano particolari raccapriccianti - «Li portano vicino al ponte e li fucilano. Le grida arrivano fin nelle case dei greci»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO - Il massacro di Cefalonia raccontato dalla parte dei carnefici. L' assassinio sistematico di cinquemila soldati italiani della Divisione Acqui, che si erano già arresi ai tedeschi dopo l' 8 settembre 1943, nella testimonianza di alcuni alpini della Wehrmacht, che videro l' orrore e vollero confidare ai diari personali il disgusto e l' onta: «È una vergogna come si comportano i soldati tedeschi». Si rompe per la prima volta in Germania la congiura del silenzio. Grazie a due ex soldati dell' esercito hitleriano e ad alcune testimonianze inedite, la strage dell' isola greca può essere adesso ricostruita in tutta la sua agghiacciante brutalità. Il diario dell' alpino Waldemar Taudtmann e del suo superiore, Alfred Richter, sono al centro della puntata di History, programma di storia della Zdf, che la seconda rete pubblica tedesca dedica questa sera a uno dei crimini più efferati e meno conosciuti della Seconda Guerra Mondiale. La Süddeutsche Zeitung ne ha anticipato ieri ampi estratti. «Non si faranno prigionieri, tutto ciò che appare davanti agli occhi verrà abbattuto», nota Taudtmann sul suo quaderno, la mattina del 20 settembre. È il prologo della mattanza. L' ordine è verosimilmente venuto da Hitler in persona, anche se l' altro testimone, il sottufficiale Rich ter, preferisce non crederci: «Dubito - scriverà due giorni dopo, a scempio già compiuto - che un simile ordine sia mai arrivato, penso piuttosto all' ubriacatura dispotica dei comandanti, per quali la vita delle persone non è che un numero». E i numeri di Cefalonia sono tali che anche alcuni fra i tedeschi ne rimangono atterriti. «Fucilati, abbattuti, calpestati con gli scarponi da montagna, gli uomini dell' artiglieria costiera giacciono ancora ai loro posti», annota Richter il 21 settembre, nel vedere i corpi senza vita dei soldati di una postazione italiana. Una giornata tragica, la prima dell' autunno 1943. Al mattino, il 98mo reggimento del III battaglione degli alpini tedeschi riceve l' ordine di attaccare la città di Diglinata e neutralizzare le due compagnie italiane che la controllano. Ma lo scontro in pratica non c' è. Ecco il racconto di Richter, in forza a un' altra unità: «Vengono sparati soltanto pochi colpi, poi gli italiani agitano i fazzoletti bianchi e cominciano a venir fuori a gruppi, correndo. Ma quando noi raggiungiamo l' altura, li troviamo tutti per terra, morti, sono tutti stati colpiti alla testa. Quelli del 98.mo li hanno dunque uccisi dopo che si erano arresi». Ma l' esperienza peggiore è quella del pomeriggio, quando il battaglione di Richter accetta la resa di altre due compagnie di alpini degli ex al lea ti: «Non vogliono combattere contro di noi e pensano di aver salvato la vita arrendendosi. Torniamo a Frangata e consegniamo i prigionieri. Ma qui li attende una sentenza terribile. Li portano vicino al ponte, nei campi recintati da muri fuori dalla città, e li fucilano. Rimaniamo due ore sul posto e per tutto il tempo sentiamo i colpi senza interruzione..., le grida arrivano fin nelle case dei greci. Anche medici e preti partecipano alle esecuzioni... Un gruppo di soldati bavaresi prova a rifiutarsi, ma un ufficiale li minaccia di mettere anche loro al muro. Fa una figura tragicomica un prigioniero, che si salva la vita salendo su una pedana e cantando con bella voce arie d' opera italiana, mentre i suoi compagni vengono uccisi». Cefalonia non fu il primo, né l' ultimo crimine di guerra di cui si macchiarono gli alpini nazisti in Grecia. Come spiega alla Zdf lo storico di Colonia Carlo Gentile, già nell' agosto 1943, nel villaggio di Kommeno, oltre 300 persone, in pratica l' intera popolazione, erano state trucidate, molte donne violentate e poi bruciate vive. Mentre, il 4 ottobre dello stesso anno, un altro commando di «Gebirgsjaeger» fucilò il generale italiano Ernesto Chiminello e 130 ufficiali: «I loro corpi - è sempre il diario di Rich ter a riferirlo - furono gettati in mare con delle pietre appese alle gambe». Alla congiura del silenzio, che per oltre cinquant' anni ha tenuto nascosti i dettagli di Cefalonia, hanno contribuito, come spiega la Süddeutsche Zeitung, «le associazioni degli ex combattenti, la giustizia e anche apparati governativi». Così, un' indagine dei giudici di Dortmund del 1965 non venne mai resa pubblica. E, nel 1973, una richiesta di intervista della Rai al procuratore coinvolto, complice anche il rifiuto del ministero degli Esteri, venne rifiutata.
Paolo Valentino NOTE TRAGICHE «Un prigioniero si salva la vita cantando un'aria d'opera» Pubblichiamo alcuni passi dal diario del sottufficiale degli alpini della Wehrmacht Alfred Rich ter, la testimonianza scritta venuta alla luce in Germania insieme con quella dell'alpino Waldemar Taudtmann. 21 settembre 1943. «... Sono le 13 e fa un caldo d' inferno. Sopra di noi volteggiano aerei della caccia e della sorveglianza. Avanziamo contro Fraganta, attraverso un' altura. Ci fermiamo in un giardino, nei pressi di una batteria italiana, che è stata brutalmente annientata da quelli del 98.mo reggimento. Fucilati, abbattuti, calpestati con gli scarponi da montagna, gli uomini dell' artiglieria costiera giacciono al loro posto. «Dev' essere successo da pochi minuti. Sotto i corpi insanguinati, uno ancora si scuote e respira. Gli occhi di un altro giacciono accanto al cranio completamente schiacciato». «... Rimaniamo due ore sul posto e per tutto il tempo i colpi di fucile risuonano senza interruzione, le grida arrivano fin nelle case dei greci... Una figura tragicomica fa un prigioniero, che si salva la vita salendo su una pedana di fronte a noi e canta arie d' opera con bella voce e vera posa italiana, mentre i suoi compagni vengono fucilati...».
Paolo Valentino, La strage di Cefalonia con gli occhi degli aguzzini, (su: Il Corriere della Sera, 25 marzo 2001, Pag. 29)
(Da: http://archiviostorico.corriere.it/2001/marzo/25/strage_Cefalonia_con_gli_occhi_co_0_01032511869.shtml)




Vivere
Giovani
Volevano solo vivere


Captain Corelli's mandolin ''The Tango''(Türkçe) 

bayılıyorum bu sahneye... 
(Su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=A_YiMP52fV4 
- Pubblicato da Eylem yıldız Eylem yıldız in data 2 agosto 2013 - si ringrazia) 
(Condivisione: http://youtu.be/A_YiMP52fV4) 
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25 aprile 2001
Mariano Barletta
Il racconto inedito di un ufficiale della divisione Acqui decimata dai nazisti nell'isola greca dopo l'8 settembre. "Nell'orrore di Cefalonia scampai alla furia tedesca"

Dalla tragedia di Cefalonia, dove la divisione Acqui fu massacrata dai tedeschi, affiora la testimonianza di uno scampato, Mariano Barletta, scomparso nel 1984.
Il figlio dell'autore l'ha "donata" al sito Internet dell'Anpi. Questo è il capitolo che racconta l'eccidio.
"GIUNSE poco dopo un ufficiale tedesco in motocicletta seguito da un'autocarretta e, appartatosi a dare segrete istruzioni al capo pattuglia, ordinò poi che noi ufficiali vi montassimo. Qualcuno domandò se ci era consentito portare i bagagli ed egli, dopo breve esitazione, rispose di si, purché avessimo fatto presto.
Alla svelta, con i miei tre amici e Baldini, ritornai nella casa, misi la coperta a tracolla e, reggendo da un lato la valigia e dall'altro l'involto fui di nuovo sulla strada.
"Comandante" - mi disse Baldini mentre tra i primi montavo sull'autocarretta - "Posso venire anch'io?"
"Mio caro, se è per me vieni pure!"
Visto che nessuno vi si opponeva egli montò felice di non separarsi da me.
Nel frattempo, sopraggiunse il maggiore Pica con i suoi artiglieri e, constatato che sull'autocarretta c'era la mia ordinanza, ritenne che ciò per un'esplicita autorizzazione e, soddisfatto che i tedeschi ci usassero tanto riguardo, chiamò il soldato al suo servizio e gli disse di seguirlo.
L'autocarretta si mise in moto e, traballando per il sovraccarico di uomini e per le affossature della strada, si avviò verso Faraò; oltre l'autista, erano con noi due soldati dei quali uno, armato di mitragliatrice, portava a tracolla un lungo nastro di lucidi proiettili. All'altezza della bicocca ove si erano acquartierati i miei marinai, superammo con difficoltà un'interruzione della strada causata da una bomba e quindi, nel più assoluto silenzio, proseguimmo lentamente verso l'ignota destinazione.
Era convincimento di ognuno che saremmo stati rinchiusi in qualche edificio del capoluogo e, pertanto, grande fu la sorpresa quando, giunti al bivio dal quale si vedeva lo sconquasso della palazzina ove era installato il comando della batteria, l'autista anziché girare a destra per andare ad Argostoli, girò dal lato opposto dirigendo così verso la spiaggia di Lardigò.
"Dove ci portano?" - chiesi fra me e, come se quelle parole non proferite avessero eco sentii che alle mie spalle si sussurrava: "Dove ci portano? Dove ci portano?"
Superato il bivio, nel silenzio sempre più grave di noi tutti, l'autocarretta continuò la sua lenta marcia per la strada in discesa sotto un bel cielo terso, tra i campi che, assolati e spogli per la recente mietitura, dall'uno e dall'altro lato degradavano a terrazze. Io che ero in piedi, alle spalle dell'autista, cominciai a vedere l'estrema punta di Lardigò, il mare e l'isolotto Verdini con l'alto faro che si stagliava netto nel barbaglio dell'acqua: il placido aspetto della natura faceva contrasto all'arrovellarsi della mente, al tumulto del cuore.
Ad una svolta, c'imbattemmo nel capitano commissario Pozzi e nel tenente Seggiaro, comandante della 208 che tranquillamente risalivano a Faraò. Meravigliato, come se non sapesse che la situazione era irrimediabilmente disperata fin dalla sera precedente, con molta ingenuità Pozzi domandò come mai le ostilità erano terminate così presto. Mentre qualcuno gli diceva che non si poteva fare diversamente, l'autocarretta si fermò ed uno dei tedeschi, avvicinatosi ai due, li disarmò e s'impossessò dei loro oggetti di valore fra i quali faceva spicco il vistoso orologio d'oro del capitano.
Compiuta quell'ennesima rapina il soldato che pareva avesse la facoltà di comandare, ci ordinò di scendere dall'auto carretta. Restammo sorpresi: perché mai se dall'uno e dall'altro lato della strada non c'erano che campi deserti? Che compito avevano quei tre soldati?
Ad uno ad uno venimmo giù e già pensavo con cruccio alla marcia chi sa quanto lunga, che forse avrei dovuto compiere sotto i dardeggianti raggi solari, col pesante scomodo bagaglio quando con nostra maggiore sorpresa ci fu ordinato di deporre valigie, cassette, fagotti sul ciglio della strada e di disporci in fila indiana.
Senza scambiare tra noi neanche un'occhiata, ci allineammo sotto lo sguardo arcigno di quei tre cavalieri della nuova apocalisse e ci ponemmo in marcia, discendendo verso il mare; uno dei tedeschi era in testa, quello con la mitragliatrice era in coda. Ad un tratto, un ufficiale non si trovò più allineato ed il tedesco che fuori riga sorvegliava che tutto procedesse secondo il suo sinistro proposito, si adirò, proruppe in roche parole di rabbia, poi tutto ritornò nell'apparente tranquillità di prima: si udiva soltanto lo scalpiccio dei passi ed il frinire delle cicale.
All'improvviso, il capofila volse a destra e saltò in un campo e noi, per non dare pretesto ad una feroce rappresaglia, lo seguimmo mansueti avendo cura di mantenerci allineati onde evitare che l'iracondo soldato si adirasse.
Ero al terzo posto; quando tutti fummo nel campo, il capofila sostò e, prima ancora che potessi rendermi conto di ciò che si preparava vidi un capitano che mi precedeva alzare le braccia e gridare: - "Kamedad! Kamerad!" -
Mi volsi istintivamente a destra e quanto vidi mi fece raccapricciare: il tedesco che ci aveva seguiti con la mitragliatrice ed il luccicante nastro di proiettili a tracolla era a cinque, sei metri da noi, disteso a terra, davanti all'arma già postata sul bipede e si accingeva a fare fuoco.
In un attimo mi fu chiaro ogni cosa ed ogni mia residua illusione, ogni mia estrema speranza si spense nella morsa che mi strinse il cuore. Ora sapevo bene dove mi avevano condotto quei tre masnadieri travestiti da soldati: ero alle soglie del sonno eterno!
Fortemente turbato, non pensando alla vanità della protesta verbale, mi unii all'alto coro esecrante degli altri che cercavano far valere il nostro diritto alla vita, ma quel tale dei tre che aveva la facoltà del comando, ripeteva inflessibile: "Nein, nein!"
Quante volte, esposto al pericolo, avevo pensato che anche per me potesse scoccare in guerra l'ora suprema e quasi mi sentivo pronto al duro evento, ma ora che l'ipotesi si era tramutata in realtà, ora che la nera costellazione culminava sul mio orizzonte e mi diceva: - "Vieni!" - quanto travaglio della mente, quant'agitazione dell'animo!
Morire! ... Si, presto o tardi tutti dobbiamo morire ed il pensiero della morte è sempre presente a chi non vive di solo pane, ma quanta tristezza lasciare la vita a quel modo! Con l'avidità di chi sta per perdere un sommo bene e vuole goderne il più che sia possibile, con rapidità vertiginosa vidi le arene vicende della mia vita; vidi l'infanzia triste, la grama fanciullezza, la travagliata adolescenza, le prime faticose affermazioni, l'avvenire che avevo sognato e te, Mamma, vidi e vidi te, Nerina, povere donne, piangerebbe lacrime ancora più amare, e voi due, Elio e Lucio, teneri virgulti, vita della mia vita, ai quali tanto ancora dovevo e nulla più potevo dare, neanche la dolcezza accorata di portare crisantemi ad una tomba.
O anime care al mio cuore, o piccole grandi cose che foste l'essenza dei giorni miei, addio, addio!
Quanto durò il tumultuoso ricordare, il rapido susseguirsi d'immagini che si rincorrevano come onde spumeggianti di un mare in tempesta? Non lo so. Per l'ultima volta il mio sguardo incontrò Neri, poi la mitragliatrice cominciò a sgranellare il nastro di proiettili e subito vidi Baldini, che mi stava accanto, sollevare le braccia ed abbattersi col viso contratto; nello stesso istante, come se l'avessi già progettato o qualcuno, in quel momento estremo, me l'avesse suggerito, mi lasciai cadere bocconi, come per morte istantanea, e mi mantenni inerte sul terreno.
Alla sventagliata della mitragliatrice seguì un profondo silenzio. Ero disteso con la gamba destra allungata, la sinistra leggermente piegata nel ginocchio, le braccia in lieve arco intorno alla testa e le mani come rattrappite; trattenendo il respiro, quasi reprimendo i battiti del cuore, procuravo che ogni cosa avesse in me l'aspetto dell'abbandono esanime della morte. Attraverso le palpebre socchiuse nulla potevo vedere oltre il palmo di terriccio a contatto del viso, né percepivo voci o rumori: unico segno di vita il monotono frinire delle cicale.
In quel breve silenzio, che per me fu lungo quanto lo sono i secondi nei momenti gravi, sentendomi illeso e non ascoltando lamenti o respiri difficoltosi, mi domandai se tutta quella faccenda non fosse una diabolica burla di quei tre soldati, ma ebbe breve durata quella troppo ingenua supposizione. Presto avvertii il rantolo dei moribondi e, poco lontano, alla mia destra, un sordo stridore, uno scatto metallico, ed infine un cupo sparo: il soldato tedesco che con tanta perizia ci aveva condotto a morire, che alle nostre proteste aveva risposto inflessibile: - "Nein, nein!" - quello stesso soldato, in ossequio alle leggi umanitarie della guerra, veniva a darci il colpo di grazia, lui tanto buono, per non farci soffrire!
Dopo ognuna di quelle esecuzioni supplementari, sentivo i lenti passi striscianti del pio giustiziere che si avvicinava.Davanti alla mitragliatrice, con l'animo stretto da grande angoscia, non mi fu certamente facile conservare il sangue freddo e superare il terribile istante oltre il quale mi attendeva la morte, ma quanto mi fu più difficile rimanere inchiodato lì, a terra, pieno di vita, col cervello più lucido che mai, senza contrarre un muscolo, senza un battere di ciglio e attendere, per la seconda volta, che si compisse il destino.
La trepidazione giunse all'apice. Dai passi avvertii che il soldato si appressava, che si era fermato non lontano da ma dal lato dei piedi; dallo stridore metallico mi resi conto che il proiettile veniva immesso nella canna, ed infine udii il cupo fragore: per la seconda volta ero illeso; ritenendo forse che già fossi nel mistero dell'oltretomba, il soldato aveva diretto il colpo ad uno dei due infelici morituri che, ciascuno per lato, mi stavano accanto.
Seguirono ancora altri spari poi l'esecuzioni complementari terminarono e lo scalpiccio del pio giustiziere si perdé lontano, ma io continuai a rimanere immobile, come per una gara di resistenza, mentre, per lo stato emotivo e la forte radiazione solare, il sudore gocciolava copioso lungo l'orlo della visiera ed il rantolo dei moribondi, dapprima lieve, si faceva sempre più roco e straziante".
(25 aprile 2001)
(Da: http://www.ossimoro.it/cefalonia.htm#racconto)






Il Mandolino del Capitano Corelli Trailer 
Tratto da un libro e una storia vera. Film dedicato ai caduti Italiani e Greci in Cefalonia durante la guerra. L'isola di Cefalonia subisce l'invasione dell'esercito italiano tra cui c'è il Capitano Antonio Corelli che s'innamora della bellissima Pelagia, figlia del medico del villaggio. La guerra si avvicina e Antonio e Pelagia devono scegliere tra la fedeltà ai loro rispettivi paesi ed il loro amore, per il quale dovranno affrontare enormi difficoltà e inevitabili sacrifici prima di giurarsi eterna devozione. 
(Su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=9EH4gYo7Wss 
- pubblicato da MrMike2856 - in data 19 luglio 2011 - si ringrazia) 
(Condivisione: http://youtu.be/9EH4gYo7Wss) 
(Ulteriori info in: http://www.captain-corellis-mandolin.... ) 
Categoria: Viaggi ed eventi 
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26 ottobre 2003
Giulio Sardi,
Acqui Terme. Anche Cefalonia - come la Resistenza, la questione della RSI e del “sangue dei vinti” (per citare l'ultimo libro di Giampaolo Pansa, vincitore dell' “Acqui Storia” con I figli dell’Aquila) - appartiene al repertorio delle “memorie divise”.
Lo stesso Marcello Venturi, di ritorno dal convegno storico svoltosi nell'isola dello Jonio, ad Argostoli, nei giorni 14 e 15 settembre, in un incontro successivo che si tenne presso la Biblioteca Civica di Acqui in data 26 settembre (primo appuntamento de “Aspettando l'Acqui Storia”; in quell'occasione concesse a “L’Ancora” di pubblicare l'intervento riportato dal numero del 5 ottobre dal titolo Cefalonia: la storia di una Norimberga mancata), confessò delle diverse letture (talora radicalmente differenti) che i testimoni e gli storici, tanto di parte greca quanto italiana e tedesca, avevano presentato.
E - in particolare - riferendo delle dissimili valutazioni riguardo l'operato del generale Antonio Gandin, e dei capitani Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, concluse che, anche dopo 60 anni, non si poteva arrivare a quello che definì “un giudizio spassionato”.
In più - come ha postillato Riccardo Chiaberge, sul Domenicale de “Il Sole 24 ore” del 19 ottobre (cfr. Pansa e le benemerite canaglie) - reali sono, in questo momento, “i pericoli di un marketing storiografico subordinato più alle sollecitazioni del clima politico che alle esigenze di fare chiarezza sul passato”. Cefalonia: l’altra storia
Queste le premesse del discorso. Che interessa anche il nostro piccolo giornale.
Grazie ad Internet, il contributo dato - nei mesi di settembre e ottobre - dalle colonne de “L'Ancora” alla memoria di Cefalonia - come già rilevato nei precedenti numeri - ha travalicato i consueti confini.
Tra le lettere ricevute dai familiari delle vittime di Cefalonia, una, a firma di Massimo Filippini, ci ha accusato di unilateralità, riferendosi in particolare all'articolo La scrittura contro l’oblio (“L'Ancora” del 14 settembre, oggi disponibile nell'archivio telematico del giornale).
Vero che in quel testo non si fece cenno né del suo nome, né del sito Internet www.cefalonia.it, né dell'opera La vera storia dell’eccidio di Cefalonia, ma di quest'ultima ricostruzione le colonne de “L’Ancora” fecero menzione (in altro articolo, sempre a cura dello scrivente) già il 26 novembre 2000, in un servizio che, avendo titolo Cefalonia: i fatti e le interpretazioni, tentava - pur in modo sintetico - di rendere conto dei significati che una pluralità di soggetti (istituzionali e non) riservata al nome della “Divisione Acqui” e al dilemma di un 8 settembre (che, anche a Cefalonia) poteva aver fatto “risorgere” quanto “morire la Patria”.
Sempre questo ultimo articolo - si noti - è stato ricordato da “L’Ancora” del 21 settembre 2003 tra quelli inseriti nell'archivio telematico “per Cefalonia”. Questa la prova che nessuna censura è scattata, né a priori, né a posteriori.
Ma quali sono le tesi “controcorrente” di Massimo Filippini, figlio del maggiore Federico, uno dei fucilati di Capo S. Teodoro?
Le riassumiamo, attingendo - il più possibile con fedeltà - alla mail inviataci.
1) I responsabili della tragedia devono essere individuati, innanzi tutto, negli ufficiali italiani ribellatisi al Generale Gandin. Filippini condivide l'iniziativa di Roberto Triolo, padre di un sottotenente della Guardia di Finanza fucilato a Cefalonia, che portò al rinvio a giudizio di 27 militari del Regio Esercito, rei di insubordinazione, colpa ovviamente diversa da quella dei tedeschi, ma pur sempre afferente alla vicenda di Cefalonia, e ritenuta motivo scatenante la furia tedesca.
2) Sulla scorta della testimonianza di alcuni reduci, si nega il ricorso al cosiddetto “referendum” (che proprio non ci fu, secondo Filippini). Contestualmente (cfr. sito Internet) viene recisamente negata l'esistenza del raggruppamento partigiano “Banditi della Acqui”.
3) La ricostruzione dell'opera di Alfio Caruso Italiani dovete morire - con l'avvallo di Elena Aga-Rossi, cfr. Una nazione allo sbando, Bologna, Il Mulino, 2003 - viene considerata priva di richiami che sostengano quanto in esso affermato, esulando dal “rigore probatorio che dovrebbe essere proprio di ricostruzioni storiche”.
4) Quanto al presunto “insabbiamento” delle indagini, con annesso “armadio della vergogna” [è la vicenda che coinvolse i ministri Taviani e Martino nel 1956 per l'affossamento di ogni percorso di giustizia] Filippini giudica quello del giornalista Franco Giustolisi un falso “scoop”, poiché non essendo mai esistito un trattato di estradizione tra Germania ed Italia, i magistrati militari - indipendentemente dallo scambio di pareri intercorso tra i responsabili dei dicasteri di Esteri e Difesa - non poterono fare nulla per processare i responsabili tedeschi.
Oltretutto, sulla scorta del parere di Mario Cervi, la “dichiarazione di intenti” circa l'insabbiamento, di certo poco edificante, non poteva essere produttiva di effetti al di fuori degli stessi interlocutori, vista l'indipendenza del Potere giudiziario, cioè della Magistratura, Ordinaria e Militare, dal Potere esecutivo.
Inoltre, nel 1957, nel corso del procedimento penale contro i 27 militari italiani (tra cui Pampaloni ed Apollonio), i magistrati mostrarono di conoscere bene, menzionandoli nei loro atti, i documenti poi “scoperti” da Giustolisi, dei quali, peraltro, non tennero alcun conto, tanto nella requisitoria, quanto nella sentenza istruttoria.
Ritorno a Cefalonia e Corfù.
Lasciamo ai lettori - ovviamente - il compito di esercitare la doverosa attività critica riguardo a questa interpretazione, invitandoli alla navigazione Internet, strumento che è in grado di rispecchiare - sul tema Cefalonia e Divisione “Acqui”; ma su tutte le “memorie non condivise” - una confortante molteplicità di idee, indizio di una libertà di pensiero, di sicuro conforto al concetto di democrazia. Non solo per chi ha meno consuetudine con la “rete”, ad Acqui, in questi giorni (e sino al 9 novembre) un ulteriore strumento per tentare la difficile opera di ricostruzione.
A Palazzo Chiabrera è stata inaugurata sabato 18 ottobre una mostra fotografica - curata dall'Istituto Superiore “Albe Stenier di Torino - che, ricorrendo a documenti d'epoca (principalmente della Collezione Apollonio, ma ci sono anche immagini tratte dall'opera di Filippini), rende disponibile un ricco corpus di fonti (anche su Cd rom, allegato al saggio di Carlo Palumbo).
Certo, anche i documenti sono falsificabili, ma da essi - nel bene e nel male - deve partire la ricostruzione storica. Possibilmente “sine ira et studio”.
Raccontare la storia alla luce della constatazione di una presunta “egemonia culturale della sinistra” (come fanno alcuni storici di parte avversa), ora dai dogmi di una devozione assoluta, incondizionata e acritica alla sacralità e ai miti della Resistenza (è la critica che viene da destra) non può giovare alla ricerca della verità.
Su un paio di necessità, per fortuna, tutti, intorno a Cefalonia, sono d'accordo.
La prima riguarda il dovere etico di non far cadere l'oblio su questa pagina dolorosa.
La seconda insiste sull' esigenza di dare onore ai caduti.
Tra gli oltre novemila, molti erano nati nelle nostre colline.
Li ricordiamo qui di seguito, attingendo al repertorio, recentemente ripubblicato dalla Associazione Nazionale Divisione Acqui, Sez. Regionale del Piemonte (e scusandoci delle possibili omissioni):
Artigliere Allegretti Walter (Novi, 1915);
Art. Aloesio Giuseppe (Alba, 1914);
Soldato Aluffi Giovanni (Agliano, 1923);
Sold. Barisone Armando (Acqui, 1914);
Cap.le Boero Eligio (Vinchio, 1923);
S.Tenente Caratti Carlo (Acqui, 1919);
Tenente Cartasegna Mario (Alessandria, 1911);
Sold. Ferrando Michele (Prasco, 1923);
Gen. Gherzi Luigi (Lu M. 1889);
Carabiniere Giacosa Ferdinando (Cosseria, 1907);
Sold. Pastorino Giuseppe (Masone, 1914);
Capitano Michele Verrini (Acqui, 1911);
Sold. Ferraris Ottavio (Monastero Bormida, 1923);
Serg. Panelli Adolfo (Mallare, 1914);
Sold. Saettone Enrico (Albisola S.,1914);
Cap. Salvarezza Lorenzo (Bosco M.,1902);
Sold. Sciutto Luigi (Rossiglione,1912);
C.M. Vacchina Giovanni (Nizza, 1915)
Zanobetti Umberto (Alessandria, 1914)”.
(Da: Giulio Sardi, in: L’Ancora, 26 ottobre 2003 - Anno C - N. 39, p. 3).



Monologo sull'amore - Il mandolino del capitano Corelli 
"Quando si accende, l'amore è una pazzia temporanea. L'amore scoppia come un terremoto e in seguito si placa. E quando si è placato bisogna prendere una decisione. Bisogna riuscire a capire se le nostre radici sono così inestricabilmente intrecciate che è inconcepibile il solo pensiero di separarle. 
Perché questo è. 
L'amore è questo. 
L'amore non è turbamento, non è eccitazione. 
Non è il desiderio di accoppiarsi ogni istante della giornata, non è restare sveglia la notte immaginando che lui sia lì a baciare ogni parte del tuo corpo. 
No, non arrossire! Ti sto dicendo delle verità. 
Questo è semplicemente essere innamorati e chiunque può facilmente convincersi di esserlo. 
L'amore invece è quello che resta del fuoco quando l'innamoramento si è consumato.
Non sembra una cosa molto eccitante, vero?! 
...Ma lo è..." 
(Su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=6v6ssh8PYTE - pubblicato da: MrUltimobyte in data 16 luglio 2013) 
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12 settembre 2006 
Alfio Caruso
L’8 Settembre, un anno dopo la strage di 9406 soldati della divisione italiana, pochi sopravvissuti beffano i tedeschi in fuga.  Cefalonia ’44, scacco alla Wehrmacht - La rivincita dei «banditi della Acqui».

Le prime ombre del tramonto hanno allentato l'assedio del caldo, ma i genieri della Wehrmacht non ne traggono alcun beneficio. Continuano a sudare nel trasportare le 106 mine da 120 chilogrammi l'una con le quali devono minare il porto di Argostoli, la semidistrutta capitale di Cefalonia. È l'8 settembre 1944: i tedeschi abbandonano l'isola per sfuggire alla morsa della resistenza greca e dei commando britannici. Il Terzo Reich ha però deciso di lasciare dietro di sé soltanto macerie: le quasi tredici tonnellate di esplosivo devasteranno, oltre alle misere strutture del porto, anche la città a esso appiccicata. Argostoli è già stata duramente colpita dai bombardamenti degli Stukas il 15 settembre '43, allorché la furia germanica si era abbattuta sui militari italiani della divisione Acqui, adesso resta da completare l'opera.
All'improvviso il lavoro s'interrompe. I genieri e le sentinelle guardano esterrefatti undici miserabili vestiti di stracci, ma con i mitra spianati. Da dove sbucano?
Sono italiani, sono marinai, fanti, genieri, sono ciò che resta della Acqui dopo la strage dell'anno prima (più di 9 mila morti, dei quali 5 mila giustiziati nelle ore successive alla resa), dopo i mesi durissimi trascorsi alle dipendenze del tedesco, adibiti a pesanti lavori di ricostruzione e trattati quasi da schiavi. Li ha riuniti il capitano Renzo Apollonio, uno dei protagonisti dell'epica e sanguinosissima resistenza della divisione, un triestino capace d'imprese rocambolesche, il cui ricordo a sessant'anni di distanza continua a dividere i reduci. Il primo nucleo di resistenti ha giurato vendetta nei confronti dei loro sterminatori la notte del 14 ottobre '43, ad appena due settimane dall'esecuzione dell'ultimo gruppo di marinai. Lo hanno giurato su un mitragliatore recuperato chissà come, chissà dove: oltre ad Apollonio erano presenti il sottotenente Esposito, i sergenti maggiori Conte, Insolvibile e Caliari, gli artiglieri Cattabiani ed Ebetelli. Nei giorni seguenti hanno aderito il tenente De Robertis, i sottotenenti Braghetti, Boni, Muscettola, i sergenti maggiori Cagninelli, Vender, De Negri, Bruno, Rigani, Fregomeni, i sergenti Franchini, Berti, Baraldi, Bernasconi, Ardito. Con l'inverno sono stati coinvolti quasi tutti i 1200 militari trattenuti a Cefalonia per fornire manodopera gratuita agli occupanti.
Gli italiani hanno cominciato a compiere sabotaggi, a sottrarre armi e munizioni, a passare informazioni ai partigiani: in un paio d'ingarbugliate situazioni Apollonio e i suoi compagni hanno rischiato grosso pur di aiutarli. Il comando della Wehrmacht sull'isola ha attribuito la responsabilità dei guasti e degli inceppamenti ai «banditi della Acqui», ma senza giungere all'individuazione dei responsabili. E proprio «Raggruppamento banditi Acqui» è stato il nome assunto dai ribelli. Una voglia indistinta di rivincita ha contagiato i soldati e gli ufficiali, quanti erano scampati alla fucilazione e chi si era salvato dandosi prigioniero o dichiarandosi amico di Mussolini e del Terzo Reich. I sopravvissuti della Acqui hanno atteso in silenzio e proni il momento giusto per colpire. Hanno baciato la mano del sopraffattore in attesa di poterla tagliare.
Alla fine di agosto, in accordo con gli ufficiali inglesi della missione alleata, è stato stabilito il quadro delle operazioni. L'intervento al porto è capitato all'improvviso: bisognava evitare la distruzione del molo e dei quartieri vicini. Nel nome dei morti sono andati in undici. Li ha guidati il tenente del Cemm (Corpo equipaggi militari marittimi) Lorenzo Caccavale. Con lui sei marinai (il capo nocchiero Carlo Duse, il sergente Ezio Brandoli, il sergente nocchiero Giovanni Tercovich, il sergente motorista Vincenzo Musclot, il motorista Giuseppe Giliberto, il marinaio Filippo Rusconi), il caporal maggiore della fanteria Adulio Paolini, il sergente del genio Francesco Belluffo, i genieri Vittorio De Carlo ed Ermanno Pedrotti. Il colpo di mano è riuscito in pieno. I tedeschi ora sono allineati e disarmati dinanzi a coloro che hanno massacrato, insultato, angariato. A più di uno della Acqui scappa dalla pelle la voglia di rivalersi, di far provare al tedesco come ci si sente a essere una preda inerme. Ma Apollonio è stato perentorio: l'obiettivo primario è la salvezza del porto. Caccavale ordina di lasciar andare i prigionieri. Gli undici ragazzi della generazione sfortunata si dedicano a disinnescare le mine. La missione è portata a termine con grande perizia, poi via come frecce perché è in arrivo la retroguardia germanica, costretta alla beffa di evacuare Cefalonia in mezzo a quelle mine oramai innocue.
Gli uomini del Raggruppamento occupano i depositi e i magazzini, entrano in Argostoli. Alle 9 della sera di quell'8 settembre '44 la bandiera italiana e la bandiera greca vengono issate sull'antico pennone di piazza Valianos, il cuore della capitale. A un anno dall'armistizio, a un anno dalle vicende che travolsero l'Acqui, i sopravvissuti del 17° e del 317° fanteria, gli indomiti artiglieri del 33°, ai quali i crucchi hanno dato la caccia a uno a uno, i giovanissimi medici degli ospedali da campo, i pochissimi superstiti della compagnia radiotelegrafisti, del comando Marina, del genio, del battaglione mitraglieri, del battaglione carabinieri, della compagnia finanzieri stanno sull'attenti con le lacrime agli occhi sotto il tricolore tornato a sventolare. La breve cerimonia rappresenta la rivincita nei confronti di un esercito, la Wehrmacht, e di uno Stato, il Terzo Reich, che fecero carne da macello della divisione. Durante la notte Apollonio invia al generale Messe, comandante in capo del ricostituito esercito italiano, la comunicazione che la Acqui ha ripreso possesso dell'isola. Dal Cairo giunge un messaggio di plauso da parte del quartier generale alleato.
Il 17 settembre sbarcano le formazioni comuniste dell'Elas. Ne fanno parte anche alcuni della divisione, come il capitano Amos Pampaloni, che dopo aver miracolosamente schivato la morte hanno raggiunto la terraferma per unirsi ai partigiani. Dietro i sorrisi formali insorgono da subito le incomprensioni. I greci vorrebbero annettersi il Raggruppamento e soprattutto impossessarsi del suo cospicuo arsenale. Gli ufficiali inglesi spediscono in Italia dapprima le armi e poi i 1286 componenti. Il pomeriggio del 12 novembre sulla banchina di Taranto i cacciatorpediniere Artigliere e Legionario e cinque mezzi da sbarco britannici sbarcano la Acqui con le armi individuali, quattro cannoni da 155/14, quattro da 100/17, quattro mitragliatrici, quattro fucili mitragliatori. Gli anglo-americani le hanno consentito di tornare a casa con le armi e la bandiera quale premio del suo comportamento. Un privilegio costato 9406 morti."





Captain Corelli's Mandolin: Pelagia's Song 

Captain Corelli's Mandolin is a 2001 film directed by John Madden and based on the novel of the same name by Louis de Bernières. It stars Nicolas Cage and Penélope Cruz. The film was panned by critics on its release and disappointed fans by deviating somewhat from the plot of the novel, with many of the book's tragic episodes softened. The main characters are Antonio Corelli, an Italian captain, and Pelagia, the daughter of the local physician, Dr. Iannis. An important event in the novel is the massacre of Italian troops by the Germans in September 1943.The idyllic beauty of Greece's Mediterranean islands has been invaded by Italy, bringing legions of soldiers to the once tranquil island of Cephallonia. Captain Antonio Corelli, an officer with an irrepressibly jovial personality and passion for the mandolin, initially alienates a number of the villagers, including Pelagia. The daughter of the village doctor, Pelagia is an educated and strong-willed woman, and while at first offended by the Italian soldier's behaviour, she slowly warms to his certain charms as they are forced to share her father's home. When Pelagia's fiance, a local fisherman, heads off to war, the friendship between Antonio and Pelagia grows even stronger. Her beauty and intelligence have captured his heart and his fondness for the village's vibrant community causes him to question his reasons for fighting. Antonio becomes a part of the lives of the villagers, but the moment is fleeting. As the war grows ever closer, Antonio and Pelagia are forced to choose between their allegiance to their countries and the love they feel for one another-a love which must overcome tremendous odds, and endure the inevitable sacrifice which accompanies eternal devotion. 
(Su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=ZWyyqH7Fiks - Pubblicato da MethismeniPoliteia il 19 settembre 2009 - si ringrazia) 
(Condivisione: http://youtu.be/ZWyyqH7Fiks) 
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27 febbraio 2007
Antonio Carioti, Cefalonia, gli italiani non tradirono i tedeschi. La procura di Monaco ritratta l’ingiuria, ma il processo non si farà.
Non parla più di «traditori». Anzi la procura di Monaco riconosce che a Cefalonia i militari della divisione Acqui, che rifiutarono di arrendersi ai tedeschi nel 1943 e vennero massacrati, agirono secondo un principio di «fedeltà alle istituzioni nazionali». Ma conferma il proscioglimento dell’ex sottotenente Mühlhauser, responsabile della fucilazione di parecchi ufficiali italiani. Infatti, secondo il procuratore generale Musiol, il reato è prescritto, poiché «la pura osservanza di un ordine criminale non è di per sé "vile" in altissimo grado».
Con questa motivazione è stato respinto il ricorso di Marcella De Negri (figlia del capitano Francesco De Negri, uno degli uccisi) contro la precedente pronuncia del procuratore capo Stern, risalente al luglio scorso, in cui si affermava che i militari della Acqui potevano essere considerati a buon diritto «traditori» dai loro carnefici.
Dopo le polemiche causate dalla sua ordinanza, Stern ha preferito astenersi sul ricorso. Poi la questione è stata avocata a sé da Musiol, il quale, nella nuova pronuncia, tiene a precisare che il suo collega si è detto «profondamente spiacente» di «aver causato dei sentimenti di irritazione nei cittadini italiani» e convinto che per le azioni di Mühlhauser «non si può avere comprensione».
Tuttavia, sul piano giuridico, la procura insiste nel qualificare il comportamento dell’ufficiale come Totschlag (omicidio semplice, soggetto a prescrizione) e non Mord (omicidio aggravato da vili motivi, imprescrivibile). Quindi il delitto rimane impunito per via del tempo trascorso.
Marcella De Negri, però, non si arrende: «Presenterò ricorso alla Corte d’appello: la magistratura non può ignorare il carattere razzista del comportamento tenuto a Cefalonia dai tedeschi verso i prigionieri italiani. Ma non ho molta fiducia. Data l'influenza che ha l’associazione dei Gebirgsjäger (alpini tedeschi) in Baviera, è ben difficile che un loro ex commilitone sia processato per crimini di guerra. Quanto a Stern, vorrei far notare che si dichiara spiacente, ma non chiede scusa, il che comporterebbe un’ammissione di colpa».
Ill. Il capitano De Negri, fucilato a Cefalonia.
(Da: Antonio Carioti, Cefalonia, gli italiani non tradirono i tedeschi. La procura di Monaco ritratta l’ingiuria, ma il processo non si farà, (in: Corriere della Sera, 27.02.2007).


8 Agosto 2009
Cefalonia, i 720 morti della nave Ardena forse vittime di sabotaggio tedesco
ROMA (8 agosto) - Dei 1.500 soldati della Acqui morti nell'affondamento delle tre navi che li trasportavano verso i lager tedeschi, le 720 vittime della nave Ardena, il 28 settembre, potrebbero non essere deceduti per l'urto della nave contro una mina - come dice la storiografia - ma perché gli stessi tedeschi piazzarono delle bombe a bordo della nave. Sull'Ardena, al termine della mattanza di Cefalonia, furono imbarcati 840 militari italiani: nell'affondamento perirono i 720 che si trovavano nelle stive.
Sull'ipotesi della volontarietà del massacro sta lavorando l'Associazione nazionale Divisione Acqui, presieduta dall'aretina Graziella Bettini, dopo alcune immersioni sul relitto compiute dai tecnici del Centro studi attività subacquee, che avrebbero trovato indizi in questo senso. La Bettini, figlia del colonnello Elia Bettini, fucilato a Corfù dai tedeschi, ha deciso di rendere nota questa ipotesi alla vigilia di una cerimonia che si svolgerà il 14 agosto nel mare di Cefalonia, con la partecipazione di una nave della Marina militare italiana. Nei giorni precedenti un gruppo di subacquei compirà altre immersioni sul relitto dell' Ardena alla ricerca della verità. Il giorno della commemorazione, sul fondale verrà deposta una lapide.
Sabato 08 Agosto 2009 - 
(Da: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=20747&sez=HOME_NELMONDO&npl&desc_sez)


11-14 Agosto 2009
Luciano De Donno
"Spedizione a Cefalonia (Grecia) "Una Acies"
C   E   F   A    L   O   N   I   A     2009 - “U   N   A     A   C   I   E   S”
RICORDARE PER NON DIMENTICARE
Prima Spedizione Subacquea Italiana - Isola di Cefalonia – Grecia
Relitto della Nave  “ARDENA” - 11-12-13-14 Agosto 2009

L’iniziativa di condurre una cosi importante e complessa spedizione subacquea, nasce da eventi sviluppatesi durante gli ultimi anni, e sottolineati da affermazioni
a dir poco scandalose dirette a coloro che hanno sacrificato la loro vita per l’onore di un valore “la Patria”.
Dopo accurati studi e ricerche maturati dal 2006 , l’idea prende forma dopo aver letto delle affermazioni che a mio avviso lasciano un tantino sbalorditi, ovvero:
I SOLDATI ITALIANI MASSACRATI A CEFALONIA ERANO TRADITORI, DA TRATTARE COME SAREBBERO STATI TRATTATI DEI DISERTORI TEDESCHI. Con questa motivazione sconcertante,la Procura di Monaco di Baviera nell’anno 2007, ha deciso di archiviare il procedimento a carico dell’ex sottotenente OTMAR MULHAUSER, morto nel Luglio del  2009 unico imputato della strage. Da questo  prende vita, l’idea di rendere omaggio e onore a quei
soldati.
Da subito  il nostro un gruppo di ricerca storica di relitti, prende di mira la tragica fine delle unità navali approntate dai nazisti per il trasporto dei prigionieri italiani nei campi di sterminio.
NOTIZIE E RICERCHE STORICHE
·         Premessa
Dopo l’entrata in guerra dell’italia nel 1940 a fianco della Germania, Mussolini optò per l’espansione della ‘Gloriosa Nazione Italica” (come definiva il nostro Paese nella retorica fascista) nella penisola balcanica. La sua idea era quella di conquistare la Grecia soprattutto per assicurarsi il dominio, economico e strategico, del Mediterraneo e affrontare così il nemico britannico ad armi pari.
La spedizione in Grecia però, non andò come previsto: l’esercito greco, più abile e preparato nelle azioni di guerriglia di montagna, ebbe più volte la meglio fino a quando le truppe tedesche non vennero in soccorso dell’esercito italiano, costringendo così alla resa i greci comandati dal generale Papagos. Strategicamente molto importanti erano le isole di Corfù, Zante,  Cefalonia perché presidiavano l’accesso a Patrasso e al Golfo di Corinto.
La convivenza tra italiani e tedeschi sull’isola di Cefalonia fu buona fino all’8 settembre 1943 quando venne reso noto che il governo italiano con a capo il maresciallo Badoglio, subentrato a Mussolini, firmò l’armistizio con britannici, sovietici e statunitensi. Durante la notte un radiogramma del gen. Carlo Vecchierelli (com.te generale delle truppe in territorio greco) affermava che i rapporti tra tedeschi e italiani da quel momento cessavano di essere di alleanza e che i tedeschi erano ora da considerarsi come nemici.
Ma un secondo radiogramma, sempre di Vecchiarelli. sollecitava l’esercito a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare gli avamposti presidiati.
Il gen. Gandin, a capo della divisione Acqui, la più famosa tra quelle di stanza a Cefalonia, si trovava in una situazione ambigua: com’era possibile lasciare le armi a coloro che erano ora considerati i nemici andando così contro le decisioni del governo?
Egli cercò di temporeggiare di fronte alle tre opzioni:
1° combattere i tedeschi;
2° essere loro alleati;
3° cedere le armi.
Il punto 2 era in contrasto con il giuramento fatto al re, il punto 3 era disonorevole, restava solo il punto 1.
A risolvere il dilemma “italico” ci pensarono i tedeschi: alle 6 di mattina del 13 settembre due grosse motozattere cariche di uomini e mezzi si presentarono nella baia di Argostoli. Le batterie italiane aprirono il fuoco, una delle motozattere affondò e l’altra, con morti e feriti a bordo, si arrese. Anche i semoventi tedeschi aprirono il fuoco contro le batterie italiane.
Gandin invitò tutti i soldati della divisione ad esprimere il loro parere sulle tre possibilità che l’esercito aveva. La risposta fu unanime e quasi plebiscitaria: “Guerra al Tedesco!”
Contemporaneamente giungeva da Roma un radiogramma che invitava a prendere le anni contro i nemici. La divisione aveva ora anche il totale appoggio da parte del governo. Alle ore 12 il generale consegnò al comando tedesco la risposta definitiva: cominciò cosi la battaglia di Cefalonia.
Faccio notare che la Acqui era composta da personale inesperto, come il 317° reggimento neo costituito e composto da richiamati; mentre i tedeschi del 966° erano criminali comuni ai quali era stato offerto l’arruolamento come alternativa al carcere. I tedeschi, numericamente inferiori, fecero subito pervenire sull’isola nuovi battaglioni.
Inoltre la precedente decisione di abbandonare le alture al centro dell’isola assunta da Gandin come segno pacificatore verso i tedeschi si trasformò in un cruciale svantaggio tattico in quanto, da quelle alture, si sarebbero potuti battere i punti di sbarco ostacolando pesantemente i rinforzi tedeschi. Gli italiani ebbero la peggio, subendo continui bombardamenti aerei e aggressioni volte allo sterminio.
Dopo diversi giorni di combattimento, esaurite le munizioni per l’artiglieria, distrutti vari reparti della divisione come unità combattenti organizzate e cessate le comunicazioni con i reparti superstiti, senza nessun appoggio da parte degli alleati (Brindisi, allora nell’Italia occupata dagli alleati, con numerosi aerei a disposizione, dista circa 100 km), avendo subito perdite elevate, il generale Gandin decise di capitolare.
Era il 22 settembre, ma la resa non fermò l’efferatezza dell’ azione tedesca, dovuta alla considerazione degli italiani come "traditori". Un pesantissimo rastrellamento portò alla morte migliaia di soldati, i cui corpi vennero gettati nei canaloni, nelle cisterne, dai ponti, ma più spesso dati alle fiamme.
Nell’ormai distrutta Argostoli vi erano circa 3000 superstiti italiani, che successivamente in date differenti e su differenti navi  furono caricati su: l’Ardena, l’Alma, e il Marguerita, tutte con destinazione Pireo da dove poter raggiungere poi i lager tedeschi.
Una prima nave, l’Ardena, il 28 settembre saltò in aria al largo del porto di  Argostoli, urtando accidentalmente (forse) una mina. L’equipaggio tedesco si salvò, ma degli 840 italiani chiusi nelle stive, solo 120 scamparono all’annegamento. Altre due navi urtarono contro le mine e affondarono causando la morte di circa 650 prigionieri.
Secondo la testimonianza del soldato Pasquale Acito, invece, 1200 italiani furono imbarcati sull’Alma per essere trasportati al Pireo. Poco dopo la partenza si udì un’esplosione e un forte boato e la nave incominciò ad affondare nel mare mosso. Acito e pochi altri si salvarono aggrappandosi alle tavole di legno che avevano precedentemente gettato in mare (la nave era adibita al trasporto di materiale edile), per essere poi ripescati da un idrovolante tedesco e messi in salvo su un barcone della Croce Rossa...ma sempre nei lager furono portati. Anche su questi episodi non è ancora stata fatta luce completa, ma è accertato che i sopravvissuti alle esplosioni furono mitragliati nelle stive, in cui erano rinchiusi,ed in mare mentre, a nuoto cercavano la salvezza.
La passeggeri greca «ARDENA» è stata rinvenuta all’uscita del golfo di Argostoli.
Il 28 settembre 1943, la nave passeggeri greca «ARDENA» – venuta in possesso dei nazisti dopo uno scontro nel porto del Pireo e ribattezzata «Retta» - navigava dal porto di Argostoli diretta a Patrasso.
L'Ardena è una delle navi che affondarono durante il trasporto degli italiani fatti prigionieri dopo gli scontri italo-tedeschi del settembre 1943. Questo periodo rappresenta una triste ricorrenza per gli italiani che subirono migliaia di vittime in naufragi simili, successivi a quello dell'Ardena, il che ha fatto parlare a molti di una "strage"  sistematica dei prigionieri della Divisione Acqui da parte dei tedeschi.
L'ARDENA fu varata, nel 1915, nei cantieri navali britannici "A. Mc Millan & Son" di Dumbarton. Nel 1934, fu acquistata da Evanghelos K. Togia e fu utilizzata per i collegamenti costieri.  Durante la guerra italo-greca fu requisita dal governo ellenico ed utilizzata per i trasporti militari e civili svolgendo in questo campo importanti missioni. Nell'aprile del 1941, fu bombardata dall'aviazione tedesca ed affondò al Pireo. Non fu questa, però, la fine della storica nave, poiché i tedeschi la ripescarono, la ripararono, la ribattezzarono con il nome RETTA, le assegnarono un equipaggio tedesco e d'allora fu utilizzata dalle forze d'occupazione tedesche.
Nel settembre del 1943, dopo la resa degli italiani a Cefalonia, le autorità tedesche, che avevano raccolto ad Argostoli migliaia di prigionieri italiani nei campi di prigionia, decisero il loro trasporto sul continente e da lì il trasferimento nei campi di concentramento in Germania ed in Polonia.
La prima nave che fu scelta per questo compito fu l'ARDENA. Il 28 settembre del 1943, 840 prigionieri italiani furono imbarcati sulla nave ed insieme a 60 tedeschi, tra equipaggio e sorveglianti, partirono da Argostoli alla volta di Patrasso.
Avvicinandosi all'uscita del golfo di Argostoli, però, una fragorosa esplosione squarciò la nave che, pochi minuti dopo, iniziò ad affondare. Secondo le testimonianze dei superstiti italiani, il panico si diffuse tra i prigionieri che erano ammassati nella stiva della nave e solo i tedeschi avevano il salvagente. Tra i prigionieri che riuscirono a gettarsi in mare nessuno poté salire sulle scialuppe di salvataggio, poiché i tedeschi, che vi erano saliti, gli sparavano contro. Degli 840 soldati italiani solo 120 si salvarono nuotando fino a riva, i rimanenti 720 prigionieri trovarono una tragica morte. I 60 tedeschi imbarcati sulla nave si salvarono tutti …
Su le cause dell'affondamento si sono diffuse due ipotesi:
a) quanti sostengono la prima ipotesi, ritengono che i tedeschi affondarono di proposito la nave, posizionando nella stiva una bomba ad orologeria regolata in modo tale da esplodere non appena l'ARDENA sarebbe uscita dal golfo di Argostoli, come rappresaglia per l'attacco italiano del 15 settembre del 1943 nella stessa porzione di mare contro tre pontoni da sbarco che trasportavano tedeschi da Lixuri ad Argostoli;
b) in base alla seconda ipotesi la nave urtò contro uno sbarramento di mine posizionate dagli stessi italiani.
Cinquantanove anni dopo, la ricerca subacquea ha fatto luce sulle cause di questa grande tragedia navale della II Guerra Mondiale. La squadra di Kostas Thoctarides ha ritrovato il relitto a Cefalonia in una porzione di mare aperto vicino Lassi. Dalla ricerca storica, svolta in collaborazione con il Comando Dragamine del Comando Navale Generale, risulta che nella zona dove si trova il relitto c'era uno sbarramento di mine italiane che fu posizionato, il 4 giugno 1943, dalla motonave italiana BARLETTA. Data la posizione del relitto, dunque, siamo indotti a concludere che la nave urtò contro una mina italiana.
Nel dopo guerra l'ARDENA non ebbe lo stesso destino delle altre navi naufragate. Alcuni pezzi della nave furono venduti, ma una gran parte c'è ancora e giace sul fondo dello Ionio. Il tempo, naturalmente, ha lasciato i suoi segni sulla storica nave. Le immagini della chiglia e degli oggetti che spuntano dal fondo fangoso completano, in modo interessante, il puzzle storico dell'ARDENA, che nel settembre del 1943 divenne l'umida tomba per centinaia d'italiani. I sub hanno distinto tra i resti: le lettere che un tempo componevano il nome della nave, oggetti personali dei naufraghi, una manica a vento della nave e munizioni. 
LA SPEDIZIONE
La spedizione “Una Acies” ha visto il suo inizio il 12.06.2009 con un primo approccio del responsabile dell’evento il sig. De Donno, con le autorità greche. Da subito si sono evidenziati i molteplici ostacoli dovuti alla burocrazia ed ai permessi che le autorità greche dovevano rilasciare per effettuare le immersioni e la commemorazione. La stretta e proficua collaborazione con la dott.ssa Graziella Bettini presidente dell’Associazione Nazionale “Acqui ”, è stata di fondamentale e insostituibile aiuto, in quanto dopo numerosi contatti con le autorità italiane, si è riusciti a portare dopo sessantasei anni dall’affondamento dell’Ardena una rappresentanza dello Stato italiano per commemorare per la prima volta in assoluto il ricordo dei soldati italiani che giacciono sul fondo delle acque greche.
Superate i vari scogli burocratici e avute le varie autorizzazioni per effettuare le immersioni, lo Stato italiano, ha inviato un'unità navale attrezzata di camera iperbarica e tutto l’occorrente per le immersioni, in appoggio alle operazioni subacquee, con il supporto tecnico del “Gruppo Operativo Subacquei” della Marina Militare Italiana.
Giorno 11.08.2009 l’unità navale italiana giungeva nel porto di Argostoli, e successivamente il responsabile militare del GOS prendeva contatti con il responsabile del gruppo Submarina, organizzatore della spedizione. Stabiliti i ruoli e definito il programma di immersione si procedeva all’esplorazione del relitto.
Il relitto giace ad una profondità di -28mt., quindi si è scelto un tempo di immersione di 30’, con la relativa sosta di decompressione. L’immersione in se non era particolarmente complessa, tranne per la visibilità che a volte non permetteva di esplorare il relitto in tutte le sue parti. La temperatura dell’acqua in superficie era di circa 25° mentre sul fondo raggiungeva anche i 15°, con uno sbalzo termico notevole. Giorno 12 e 13 si sono svolte numerose immersioni, organizzate in due  squadre da due o tre sub. Si è immediatamente pedagnata la prua e la poppa del relitto, o quello che rimaneva, infatti da quello che i testi storici narrano l’Ardena salto su una mina, ma dallo stato del relitto, totalmente distrutto farebbe pensare a tutt’altro.
Le ipotesi sono diverse:
·         una sola mina non avrebbe potuto disintegrare in quel modo il relitto, tranne se non avesse innescato per simpatia eventuali munizioni poste all’interno, ma ricordiamo che all’interno delle stive erano stipati gli 840 prigionieri italiani, quindi dove mai potevano essere messe queste eventuali munizioni, per far si che la nave si riducesse nello stato in cui è?
·         quanti sostengono la prima ipotesi, ritengono che i tedeschi affondarono di proposito la nave, posizionando nella stiva una bomba ad orologeria regolata in modo tale da esplodere non appena l'ARDENA sarebbe uscita dal golfo di Argostoli, come rappresaglia per l'attacco italiano del 15 settembre del 1943 nella stessa porzione di mare contro tre pontoni da sbarco che trasportavano tedeschi da Lixuri ad Argostoli;
·         Atra ipotesi ma non è stata verificata, alcuni pezzi della nave furono prelevati da non si sa chi, e  venduti.
Lo stato del relitto e a dir poco sconcertante, sul fondo in uno scenario a dir macabro, si possono notare intere distese di tacchi e quello che rimane delle scarpe dei prigionieri, munizioni, casse di ogni tipo ed infine quello più raccapricciante numerosi resti dei soldati italiani.
Originariamente la spedizione mirava a verifica la inviolabità del luogo, ma dopo le immersioni effettuate e le informazioni prese sul posto, si evince che niene di tutto questo è.
Giorno 14.08.2009 si è finalmente arrivati alla commemorazione dei nostri caduti sull’Ardena.
Molte le autorità presenti:
·         Lo Stato italiano con l’Unita della Marina Militare Italiana nave “PROCIDA” ed il Gruppo Operativo Subacquei della Marina Militare Italiana;
·         Il Presidente dell’associazione Nazionale Italiana Divisione “ACQUI ” dott.ssa Graziella Bettini;
·         Addetto Militare alla Difesa all’Ambasciata d’Italia in Atene col. Cattaneo;
·         Vice Console Onorario Italiano avv. Graziella Micheletti;
·         Il Presidente della Provincia di Cefalonia e Itaca;
·         Il Sindaco di Argostoli;
·         Il Funzionario e rappresentante Il Ministero ai Beni Culturali ellenico;
·         Il Comandante della Capitaneria di Porto di Argostoli;
·         Il Presidente dell’associazione culturale Italo-Greca dott.ssa Clotilde Perrotta;
Erano presenti  superstiti e molti italiani imbarcati su una motobarca messa a disposizione dalla Provincia di Cefalonia.
Alle ore 09,00 ora greca ci si è imbarcati con le autorità presenti sull’unità navale  italiana per raggiungere il sito.
Alle ore 10,00 si giunge sul sito del relitto e si procede alla commemorazione dei caduti.
Momenti di massima commozione si raggiungono quando la dott.ssa Bettini legge una preghiera e butta in mare una piccola manciata di terra italiana, come piccolo omaggio ai caduti italiani.
Successivamente si procedeva alla posa in mare di tre corone in onore dei caduti, una della provincia di Cefalonia, una della Ass.ne Divisione Acqui  e l’ultima dello Stato italiano.
Dopo momenti di commozione e ricordo, si proceduto grazie ai sommozzatori della Marina Italiana , i sub dell’ass.ne Tecnica, e quelli del Ministero per i Beni Culturali ellenico a porre sul fondo e collocata sul relitto una targa in ricordo dei caduti Italiani.
Tale targa su decisione del responsabile la spedizione il sig. De Donno in accordo con la presidente Graziella Bettini e i sub della Marina Italiana, si è deciso di cederla al museo dell’associazione Italo-Greca della Divisione “ACQUI ” con sede ad Argostoli,  per renderla visibile a tutti ma sopratutto alle generazioni future in ricordo dell’evento e di quello che la guerra comporta.
ORGANIZZAZIONE SPEDIZIONE:
·         Gruppo di studio e ricerca relitti SUBMARINA del Centro studi attività subacquee di Lecce.
·         Organizzatore e responsabile spedizione: Luciano De Donno responsabile del gruppo Submarina e presidente dell’associazione “Tecnica” Centro Studi Attività Subacquee;
·         Collaboratori:  Arch. Giuseppe Paladini responsabile logistica; dott.ssa Eleonora Miglietta archeologa subacquea, responsabile rilievi e documentazione fotografica;
·         Unità Navale Italiana di appoggio della Marina Militare Italiana;
          – Nave “PROCIDA”;
·         “GOS” Gruppo Operativo Subacquei - Raggruppamento Subacquei ed Incursori  “Teseo Tesei” della Marina Militare Italiana;
·         Associazione Italo - Greca “Mediterraneo”.
L’EVENTO È STATO SOTTO L’EGIDA:
·         Associazione Nazionale Divisione “Acqui ” nella persona del Presidente dott.ssa Graziella Bettini;
·         Stato Maggiore della Marina Militare Italiana.
CON L’INTERVENTO:
·         Presidente della Repubblica Italiana.
·         Presidenza del Consiglio dei Ministri.
·         Ministero della Difesa.
·         Ministero degli Affari Esteri.
·         Camera dei Deputati.
·         Addetto Militare alla Difesa Ambasciata d’Italia in Atene.
CON IL PATROCINIO:
·         Provincia di Lecce.
·         Comune di Lecce.
·         Provincia di Cefalonia e Itaca.
·         Ministero ai Beni Culturali Ellenico.
Il responsabile del gruppo SUBMARINA: Geom. Luciano De Donno - "TECNICA” CENTRO STUDI ATTIVITA’ SUBACQUEE - Associazione di volontariato di
Protezione Civile e Sportiva dilettantistica Iscritta nel registro Nazionale delle associazione di volontariato del Dipartimento della Protezione Civile e nel
Registro della Regione Puglia, della Provincia di Lecce e del Comune di Lecce -   Via G.C.Palma 92 - 73100 - tel. 333.8578654   Email:  submarina@libero.it 
(Da: http://www.tecnicasubmarina.it/Cefalonia_pag2.htm)




30 maggio 2012
Paolo Bricco , I volti e le storie degli sfollati di Finale Emilia - L'alpino
"Mi sono fatto il campo di prigionia con i tedeschi. Sono scampato al massacro di Cefalonia. Qui va tutto bene". Nella tendopoli di Finale Emilia, tiene su l'umore della truppa, Fernando Scacchetti, muratore in pensione. Nella seconda guerra mondiale, ha fatto parte della mitica (e sfortunata) Divisione Acqui. Questo novantunenne trasmette a tutti tranquillita'. "I ragazzi della Protezione civile sono in gamba. Anche per loro e' dura", dice prima di rimettersi a girare fra le tende.


19 ottobre 2012
Verso rinvio a giudizio per Stork, 10 testimonianze a vaglio inquirenti
E' fissata per domani alle 14 al Tribunale militare di Roma, la terza udienza preliminare nel procedimento a carico di Alfred Stork. L'ex militare della Wehrmacht, 89 anni, e' accusato di aver partecipato materialmente all'eccidio di Cefalonia, avvenuto il 24 settembre del 1943. L'inchiesta riguarda in particolare le fucilazioni della Casetta Rossa, in cui furono uccisi almeno 117 ufficiali italiani, prigionieri di guerra e appartenenti ai reparti della Divisione Acqui.
Il 5 ottobre scorso, il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, ha depositato altro materiale documentario. A verbale anche le testimonianze di 10 ex militari tedeschi, che si aggiungono ai quattro faldoni dell'inchiesta. La difesa di Stork e' affidata all'avvocato Marco Zaccaria.




8 settembre 2013
Andrea Carli, Settant'anni fa il proclama di Badoglio. L'esercito allo sbando, per l'Italia inizia una nuova guerra.
Settant'anni e sentirli tutti. Poco dopo le sette del tardo pomeriggio dell'8 settembre 1943 il maresciallo Pietro Badoglio annuncia alla radio, dall'Eiar di via Asiago, l'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile, nei pressi di Siracusa, sottoscritto cinque gorni prima dal generale Giuseppe Castellano e, in rappresentanza degli anglo americani dal generale Walter Bedell Smith. Il fascismo è caduto da 45 giorni. Nelle parole del messaggio c'è tutto il trauma di una Nazione, totalmente allo sbando. Un'apocalisse raccontata in pellicole come Tutti a casa di Luigi Comencini, con Alberto Sordi, o da libri come Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino o ancora Prima che il gallo canti di Cesare Pavese .
«Il Governo italiano - sono le parole pronunciate nella comunicazione da Badoglio -, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente - continua il messaggio -, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
È il caos: lo stesso Badoglio, il re Vittorio Emanuele III, la regina e il principe ereditario Umberto a bordo di una Fiat 2800 grigioverde fuggono da Roma, e raggiungono prima Pescara, quindi Brindisi. Vittorio Emanuele III abdica in favore del figlio Umberto II e l'esercito italiano non sa più a quali ordini rispondere. Più della metà dei soldati in servizio abbandonano le armi: alcuni tornano alle loro case in abiti civili, altri danno manforte alle forze partigiane.
Incomincia un'altra guerra. Una tragedia all'interno della tragedia. Nel romanzo La pelle Curzio Malaparte scrive: «Un magnifico giorno in cui tutti noi ufficiali e soldati facevamo a gara a chi buttava più "eroicamente" le armi e le bandiere nel fango. Finita la festa - racconta ancora lo scrittore/giornalista - ci ordinammo in colonna e così senza armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. È certo assai più difficile - sottolinea in questo passaggio Malaparte - perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla».
La vendetta dei tedeschi contro gli italiani "traditori" è spietata, rabbiosa. Fanno confluire forze consistenti in Italia. I carri armati del feldmaresciallo Rommel presidiano le caserme. La Wehrmacht va alla caccia di chi fugge. Centinaia di migliaia di soldati vengono condotti nei campi di lavoro in Germania. Nell'isola di Cefalonia la divisione Acqui viene annientata dai tedeschi. E gli alleati ostacolano il rilascio dei prigionieri di guerra italiani.
La II Divisione paracadutisti al comando del generale Walter Barenthin occupa Roma. È la Capitale raccontata da Roberto Rossellini in "Roma città aperta". È la Roma di Pina, interpretata nella pelliocola da Anna Magnani, che viene uccisa mentre cerca di raggiungere il camion con cui i tedeschi le stanno portando via il marito. Il bilancio parla di un centinaio di morti e circa 500 feriti; le forze italiane, durante gli scontri, registrano 659 morti tra i soldati, 121 tra i civili e 204 altre vittime non identificate. A porta San Paolo, luogo simbolo della resistenza, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha deposto una corona in ricordo dei caduti nella difesa della città. «Dall'8 settembre del 1943 sono passati 70 anni ma Roma non dimentica. Roma non vuole dimenticare mai il coraggio ed il sentimento di libertà e democrazia per i quali tanti romani e tante romane diedero la loro vita», afferma il sindaco della Capitale Ignazio Marino. «A Roma - ricorda ancora - la stagione della Resistenza ebbe inizio proprio a partire dall'8 settembre, da quella firma che segnò l'armistizio dell'Italia e disegnò un netto cambiamento del fronte nella guerra contro il nazismo ed i loro fiancheggiatori».
8 settembre ancora oggi oggetto di dibattito. C'è chi sottolinea che quel giorno si è consumata la morte della Patria. Chi è convinto che quel giorno di 70 anni fa a morire è stato lo Stato. E chi, tra cui la storiografia marxista e di sinistra, sostiene che proprio in quelle ore frenetiche l'Italia è rinata. La discussione va avanti. Gli italiani, intanto, non dimenticano.
(In: "Il Sole 24 Ore", 10.02.2014, da:




08 settembre 2013 
Emilio Gentile, Morì lo Stato, non la patria
In questo articolo - Argomenti: La Grande | Gianni Oliva | Vittorio Emanuele III | Il Mulino | Olanda | Norvegia | Renzo De Felice | Rosario Romeo | Paese «Ci sono cose che si vorrebbe aver dimenticato o non aver mai saputo. Una di queste è l'8 settembre 1943, col suo codazzo di umiliazioni, di sciagure, di irreparabili danni materiali e morali». Così scriveva nel 1983 il grande storico Rosario Romeo, il quale aveva diciannove anni quando fu annunciata la resa dell'Italia. Il codazzo degli eventi che seguirono furono: la fuga da Roma del re e del capo del governo, con il principe ereditario, ministri e generali, per rifugiarsi nel Sud occupato dagli Alleati; la mancata difesa della capitale, subito occupata brutalmente dai tedeschi, reprimendo la resistenza spontanea di alcuni militari appoggiati da civili; la disgregazione dell'esercito italiano abbandonato a se stesso; il disfacimento dello Stato, mentre la penisola diventava un campo di battaglia fra eserciti stranieri che si combattevano strenuamente; l'esplosione della guerra civile in seguito alla ricostituzione di un regime fascista repubblicano sotto egida nazista, che controllava l'Italia dalle Alpi alla Campania, mentre in Puglia sopravviveva il regno di Vittorio Emanuele III. Infine, somma e risultato di tutti questi eventi, ci fu lo sfasciume civile e morale di una nazione che, in meno di un secolo, si era unita in Stato indipendente ed era assurta al rango di grande potenza dopo la vittoria nella Grande Guerra, e in pochi giorni, dopo l'8 settembre, precipitò nelle condizioni miserabili e disperate di una popolazione che stentava a sopravvivere, come all'epoca delle invasioni barbariche.
L'immane tragedia che si abbatté sugli italiani dopo l'8 settembre è stata diversamente interpretata da testimonianze, memorie e studi storici, ai quali altri se ne sono aggiunti nella ricorrenza dei settanta anni. Non sembra tuttavia che ci siano nuove rivelazioni, nuovi documenti o nuove interpretazioni. Per esempio, Otto settembre di Paolo Sorcinelli (Bruno Mondadori, 2013) è la «storia narrata» di alcune esperienze individuali vissute negli anni fra il 1942 e l'inizio della guerra civile. Un racconto delle vicende connesse all'8 settembre, senza novità di ricerca e originalità di interpretazione, è L'Italia del silenzio di Gianni Oliva (Mondadori 2013), con l'aggiunta di un compendio, pur lacunoso, che riassume la diatriba fra "vulgate" e "antivulgate" sul significato dell'8 settembre nella storia dell'Italia contemporanea. Animata negli anni Novanta da una storiografia pubblicistica più incline alla provocazione che all'analisi storica, la diatriba fu una contesa fra formule che attribuivano funzione di categorie storiche a metafore emotive o miti ideologici: «riscatto della nazione», «resistenza di popolo», «zona grigia», «morte della patria», «fine dell'Italia». L'8 settembre fu così trasformato in simbolo del bene o del male della nazione, diventando una sorta di giudizio universale sugli italiani.
Ma la realtà dei fatti era diversa dalle metafore. La maggioranza degli italiani, l'8 settembre, agognava a uscire dalla guerra, non a guerreggiare per il riscatto nazionale. Non l'8 settembre fece esplodere la guerra civile, ma il ritorno di Mussolini al potere. «La costituzione della Repubblica sociale italiana – ha affermato Renzo De Felice – è all'origine della guerra civile che ha insanguinato il Nord "occupato" e ha condizionato la successiva storia d'Italia». L'8 settembre non provocò la «morte della patria» ma il disfacimento di uno Stato, dove nel ventennio precedente, la nazione era stata coercitivamente identificata con il fascismo, costringendo molti patrioti antifascisti a invocare, con dolore, la sconfitta del propria Paese pur di liberarlo dal totalitarismo fascista, come ho ampiamente documentato ne La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, pubblicato nel 1997 (nuova edizione, Laterza 2006). E neppure la guerra civile fra due Stati italiani fu la fine del patriottismo, perché fascisti e antifascisti si combatterono in nome di opposte concezioni della patria.
La ricerca storica sull'8 settembre è andata oltre la diatriba delle metafore, come ha fatto, per esempio, Elena Aga Rossi con il libro Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, pubblicato nel 1993 (nuova edizione, il Mulino 2003), dove appaiono evidenti le gravi responsabilità del re e di Badoglio per il modo, tortuoso, ambiguo, del tutto privo di dignità, col quale ottennero l'armistizio, mentre nello stesso tempo ribadivano, sul proprio onore, la fedeltà all'alleanza con la Germania, senza escludere del tutto la possibilità di disconoscere l'armistizio, all'ultimo momento. Fuggendo dalla capitale, afferma la storica, il re e il suo seguito si preoccuparono «non del bene della nazione, ma della propria incolumità personale», mentre «l'intero Paese fu abbandonato alla violenta vendetta dei tedeschi, che repressero sanguinosamente ogni tentativo di reazione da parte dell'esercito italiano, e punirono con la deportazione e l'internamento in Germania circa 750mila militari italiani». «I giorni della vergogna» sono state definite da Marco Patricelli le giornate della fuga da Roma e della successiva liberazione di Mussolini per mano tedesca. Nel libro Settembre 1943 (Laterza 2009), Patricelli ha analizzato il comportamento dei protagonisti della fuga, già tutti compromessi con il regime fascista fino alla vigilia della sua caduta, e tutti ora impegnati a trovare la salvezza personale attraverso «una sconcertante miscela di opportunismo, convincimento, inadeguatezza, doppiogiochismo, malafede, realismo politico, azzardo, egoismo, propaganda, con una buona spruzzata di vigliaccheria di fondo, di personalismi e di meschinità».
3 ottobre 2013
Michele Giardina
I militari italiani fucilati il 22 settembre 1943 nella strage di Cefalonia, il peggior eccidio di militari italiani compiuto dai tedeschi - Cefalonia, nel baule dei
ricordi la memoria dei sopravvissuti - Nipote del caporal maggiore pozzallese Angelo Emilio, Laura Malandrino ripercorre in un saggio, scritto con Vincenzo Grienti, i tragici eventi del 22 settembre del 1943.
La guerra di Cefalonia nella cronaca di un sopravvissuto. Diario 1942-1945”. Questo il titolo del racconto (2004) di Angelo Emilio, nato a Pozzallo il 18 novembre 1920, scomparso nel 2008. Nel 70° anniversario di una delle più dolorose pagine di storia della seconda guerra mondiale, i giornalisti Vincenzo Grienti e Laura Malandrino, nipote del caporal maggiore Angelo Emilio, con il libro "Settembre 1943. Cefalonia, nel baule della storia: la memoria dell’eccidio”, ripercorrono i tragici eventi che si verificarono nell’isola greca dall’8 al 25 settembre a partire dalle ore 19,42 dell’8 settembre 1943 quando la radio interrompeva i programmi e la voce del maresciallo Pietro Badoglio annunciava la firma dell’armistizio avvenuta nei giorni precedenti a Cassibile, in Sicilia.
"E’passato un anno - scrive nel suo diario di guerra il caporal maggiore Angelo Emilio - ed è arrivata la fine di agosto del 1943. Per il 317° Reggimento Fanteria ecco l’ordine di trasferimento nell’isola di Cefalonia, la maggiore delle Isole Ionie all’imboccatura del Golfo di Patrasso, con capoluogo la città di Argosoli.
Obiettivo strategico: concentrare lì gli uomini della "Divisione Acqui". Anche qui, come a Zante, l’esercito italiano ebbe buoni rapporti con la popolazione e, nonostante la guerra, si stava discretamente. Un giorno, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, venne a trovarci a Cefalonia il generale Antonio Gandin, Comandante di tutta la "Divisione Acqui".
Per sollevarci il morale consegnò a ciascun militare un pacco dono. Ricordo ancora quando toccò a me: appena lo ricevetti fui avvicinato dal tenente Aldo Freddi, il comandante della Compagnia, perché era curioso di vedere cosa avessi trovato. Secondo lui, troppo poco, e per questo me ne fece avere un altro, con lametta e sapone da barba, altri saponi, uno specchietto e altre piccole cose. In quella fase, insieme a noi italiani, della "Divisione Acqui", circa 12.000 uomini, a presidiare Cefalonia, c’era un reparto di militari tedeschi di circa 2000 soldati. Fino ad allora la convivenza era stata pacifica: eravamo lì per tutelare gli interessi comuni dell’Italia e della Germania. Quando, però, nell’isola giunse la notizia che il governo italiano, l’8 settembre aveva firmato un armistizio con gli Alleati, la guerra, di cui in Patria si festeggiava la fine, scoppiò come in un incubo a Cefalonia. Una vera catastrofe che, probabilmente si poteva, anzi si doveva, evitare".
Scrisse Indro Montanelli nel volume della "Storia d’Italia” dedicato alla Seconda guerra mondiale "i capi politici e militari italiani non riuscirono a ingannare e a sorprendere i tedeschi, ma ingannarono, sorpresero ed abbandonarono i loro soldati”. All’atto dell’armistizio i tedeschi pretesero che i soldati italiani cedessero le armi. Per gli italiani non c’era scelta: accogliere le intimazioni dei tedeschi e consegnare le armi, o rifiutare e combattere.
Subito iniziarono le trattative: il generale Gandin cercò di mettersi in contatto con il comando di Brindisi, chiedendo insistentemente rinforzi, soprattutto mezzi aerei per far fronte a un eventuale attacco tedesco, ma senza risultati. Solo il Contrammiraglio Giovanni Galati, ricevendo un messaggio di aiuto da Cefalonia, comandò che due torpediniere, "Sirio” e "Clio”, cariche di materiale bellico, di pezzi antiaerei e di munizioni, facessero rotta verso Cefalonia. Avrebbero potuto essere la nostra salvezza, ma la notizia - rivelatasi poi infondata - che l’unico approdo notturno disponibile a Cefalonia fosse controllato dai tedeschi lo fermò, e i rinforzi raggiunsero solo la vicina isola di Corfù. In realtà, dietro questa scelta, ci fu la volontà dell’Ammiraglio inglese Peters che da Taranto dispose il rientro delle due torpediniere, perché avevano salpato le ancore senza l’autorizzazione dei vincitori. Fallita la missione di soccorso, a decidere era rimasto solo il enerale Gandin. Ogni trattativa però fu inutile, e gli italiani giunsero allo scontro armato.
La vendetta dei tedeschi non si fece attendere, e fu violenta e atroce. Molti rinforzi arrivarono a loro favore dalla terra ferma, ma fu l’intervento degli aerei "Stukas” a segnare le sorti del conflitto: in brevissimo tempo la "Divisione Acqui” fu travolta e massacrata. Non sappiamo ancora con sicurezza chi abbia dato ai tedeschi l’ordine di attaccare. Tuttavia un fatto è certo: gli Ufficiali italiani furono eliminati contro ogni norma internazionale e i soldati sottoposti a decimazione, mentre i feriti sul campo <non> furono soccorsi, ma fucilati sul posto. Il 18 settembre l’accanita resistenza della guarnigione italiana di Cefalonia attirò anche l’attenzione di Hitler che, personalmente, diede ordine di fucilare in combattimento tutti i militari italiani che opponessero resistenza. Molti Ufficiali furono fucilati all’atto della resa, altri rastrellati, raggruppati e trasportati con autocarri nella tristemente nota "Casetta Rossa”, nella zona di San Teodoro, dove furono fucilati a gruppi di quattro o sei alla volta. Dopo 4 ore il plotone di esecuzione aveva ucciso 146 Ufficiali, colpevoli di avere compiuto il proprio dovere. Fu solo dietro le suppliche del cappellano militare don Romualdo Formato, anche lui portato con gli Ufficiali alla "Casetta Rossa”, che 37 Ufficiali italiani furono risparmiati. Tra questi voglio ricordare il S. Tenente Silvio Rigo, che era stato mio ufficiale nel reparto della Reggimentale a Merano e con il quale dopo la guerra ho avuto corrispondenza epistolare, e di cui conservo una foto mentre si trova con gli altri 36 superstiti”.
Settant’anni dopo l’eccidio, Grienti e Malandrino aprono il baule dei ricordi del caporal maggiore Angelo Emilio, e, facendo tesoro del suo diario di guerra, di tantissimi libri, giornali, corrispondenze e lettere, raccontano un episodio drammatico della guerra degli italiani sul fronte greco.Partendo dall’interrogativo se l’eccidio si poteva evitare, Vincenzo Grienti e Laura Malandrino ripercorrono la cronaca di quei giorni, impreziosita delle storie di chi perse la vita in quella tragedia, come i capitani Carmelo Onorato di Palermo e Antonio Paternò di Modica, e di quanti, invece, come i pozzallesi Angelo Emilio e Giovanni Santaera, riuscirono a scampare a quel massacro dopo una lunga prigionia. Nel libro c’è anche il ricordo lucido degli anziani reduci modicani Orazio Cavallo e Antonino Gennaro. E’ di questi giorni la notizia del ritrovamento a Cefalonia di alcune foto e cartoline del soldato ispicese Natalizio Franzò, amico di Angelo Emilio e da lui più volte citato nel libro-diario. Natalizio Franzò cadde in combattimento a Cefalonia il 22 settembre dello stesso anno.
(3 ottobre 2013, Michele Giardina, in: "La Sicilia - Giovedì 3 ottobre 2013 - Ragusa)




Una precisazione di GP: Il curatore di questo blog interviene raramente sul contenuto della rassegna stampa presentata. Ma nel caso dell'articolo di sopra evidenziato, un appunto proprio si impone: Se pur risponde alla narrazione storica che il menzionato cappellano militare della divisione "Acqui", si adoperò a che i militari tedeschi terminassero o almeno limitassero il massacro di una continuativa fucilazione per più giorni, ai 37 nell'articolo indicati la pena di morte fu sospesa solo perché gli stessi - morituri assieme agli infelici altri - evidenziarono attestazioni di indubbia appartenenza fascista. Furono risparmiati ed ebbero salva la vita solo per questo motivo. A fronte della loro disperata evidenziazione di tali documenti, attestati, simboli, dall'ufficiale tedesco comandante il plotone di esecuzione ritenute tali prove di indubbia fede fascista, lo stesso ufficiale - un tenente - si allontanò e si recò a chiedere l'autorizzazione per la grazia. La ottenne. Vissero. Gli altri morirono. Questi, i fatti. Ci si riferisce e ci si intende riferire a questo passo: "Fu solo dietro le suppliche del cappellano militare don Romualdo Formato, anche lui portato con gli Ufficiali alla "Casetta Rossa”, che 37 Ufficiali italiani furono risparmiati".




18 ottobre 2013 
Eccidio di Cefalonia, tribunale militare di Roma condanna all'ergastolo ex nazista novantenne
Il Tribunale militare di Roma ha condannato all'ergastolo Alfred Stork, un ex militare tedesco novantenne caporale della terza Compagnia del 54esimo battaglione "Cacciatori di montagna", accusato di aver partecipato alla fucilazione di «almeno 117 ufficiali italiani» a Cefalonia, nel settembre 1943. Stork era l'ultimo imputato per il cosiddetto "eccidio di Cefalonia", la strage dei militari italiani della Divisione Acqui di guarnigione sull'isola greca perpetrata dalle truppe tedesche nelle settimane successive all'8 settembre.
La corte ha accolto la richiesta di ergastolo avanzata dal pubblico ministero, il procuratore militare Marco De Paolis. L'imputato, contumace, si è sempre disinteressato alle vicende del processo italiano. Alla richiesta del pm si sono associate le parti civili, costituite da alcuni parenti delle vittime, dall'Associazione nazionale partigiani e dall'Associazione divisione Acqui.
La difesa ha invece chiesto l'assoluzione di Stork, sottolineando l'assenza di prove a carico dell'ex militare e il fatto che questi era stato costretto ad obbedire ad un ordine superiore. Il tribunale ha anche stabilito un risarcimento nei confronti delle parti offese, che verrà definito in sede civile. Secondo l'accusa, Stork avrebbe fatto parte di uno dei due plotoni di esecuzione attivi a Cefalonia nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, dove fu sterminato l'intero stato maggiore della divisione Acqui.
In passato, l'imputato aveva confessato la sua partecipazione all'eccidio nell'ambito di un'inchiesta condotta in Germania, ma la sua ammissione di responsabilità - che l'imputato non ha mai voluto rinnovare - è risultata inutilizzabile nel processo italiano perché resa senza l'assistenza di un difensore.
(Editoriale in: "Il Sole 24 Ore", 10.02.2014,

(continua)

21 ottobre 2013
Giovanni Minoli, Eccidio di Cefalonia.
Oggi a Mix 24 ricordiamo i militari italiani della divisione Aqui massacrati dai tedeschi nel'isola greca di Cefalonia subito dopo l'8 settembre del ‘43. Da molti considerato come primo atto della resistenza, quella del massacro di Cefalonia fu una storia di grande eroismo, di coraggio e di amore, che continua ad alimentare ancora oggi molti interrogativi.
(Riascolta la puntata - Download >> ivi)


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APPARATI 
(a cura di Giovanni Pititto)


 


TV7 Un nome per l'eccidio di Cefalonia 1966 
Frammento di Res Gestaee a seguire: TV7 Un nome per l'eccidio di Cefalonia 1966. 
A cura di B. Giordani. Rai storia. 8
Immesso su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=VyI3UdwojNU 
- da "voglioconoscere" - il 2 ottobre 2011) 
(Condivisione: http://youtu.be/VyI3UdwojNU) 
Categoria: Istruzione 
Licenza: Licenza YouTube standard


FILMOGRAFIA

CEFALONIA
Con Luca Zingaretti
Luisa Ranieri, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Corrado Fortuna, Fausto Paravidino, Roberto Di Francesco, Claudio Gioè, Ermanno Grassi
E con la partecipazione di Claudio Amendola
scritto da Sandro Petraglia e Stefano Rulli
regia di Riccardo Milani
Una produzione Rai Fiction – Palomar – Cineteam
Presentazione: 
"Nel formato originario, la fiction è composta da due puntate, che vennero trasmesse in prima visione su Rai Uno nell'aprile del 2005. 
La regia è di Riccardo Milani. 
L'autore delle musiche originali è il maestro Ennio Morricone, il cui brano completo si intitola Dammi la mano. 
Regia Riccardo Milani 
Sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli 
Interpreti e personaggi 
Luca Zingaretti: Saverio Blasco 
Luisa Ranieri: Feria 
Corrado Fortuna: Nicola 
Claudio Amendola: Mikis 
Jasmine Trinca: Elena 
Claudio Gioè: Don Liborio 
Antonio Milo: Senise 
Flavio Pistilli: Davide 
Giovanni Carroni: Maggiore Bartoli 
Paolo Setta: Tancredi 
Laura Maria Rondanini: Suor Lorenza 
Massimiliano Gallo: Lattanzio 
Fausto Paravidino: Gualtieri 
Marcello Mazzarella: Lacombo 
Teco Celio: Landauer 
Pier Luigi Misasi: Larios 
Valerio Mastandrea: Moreno 

Racconta, in modo romanzato, i fatti avvenuti a partire dall'8 settembre 1943 che hanno visto la distruzione della divisione Acqui ad opera di forze tedesche (eccidio di Cefalonia) 

Trama: 
L’8 settembre 1943 la divisione Acqui, di stanza a Cefalonia e Corfù con 525 ufficiali e oltre 11.000 soldati, si trovò di fronte ad una drammatica alternativa: arrendersi ai tedeschi o resistere con le armi senza poter contare su alcun aiuto esterno. Dopo una serie di frenetiche consultazioni e di dubbi laceranti, il generale Gandin chiese ai suoi uomini di scegliere. Attraverso un referendum - primo barlume di democrazia, che coinvolse tutti, ufficiali e soldati - i militari italiani decisero di combattere. Comincia così, sull’isola di Cefalonia, una delle più drammatiche pagine della nostra
storia recente.
Protagonista è il sergente Saverio (Luca Zingaretti) che assiste o partecipa a tutti i principali avvenimenti, la gioia delle truppe italiane per l'armistizio, la decisione di resistere con le armi alle intimazioni dei tedeschi, i combattimenti, l'eccidio degli ufficiali presi prigionieri, la resistenza, nei mesi successivi, di alcuni militari sopravvissuti, il ritiro delle truppe tedesche. Saverio tornerà in Italia con la donna che ama, sopravvissuta come lui a tutti i tragici avvenimenti".

Il film CEFALONIA - prodotto dalla Palomar (Il Commissario Montalbano, Perlasca, Tunnel della libertà) e dalla Cineteam (Soldati di pace, l’altra donna), per Rai Fiction, con la regia di Riccardo Milani (per il cinema: Auguri Professore, Il Posto dell’anima; per la tv: La Omicidi, Il Caso Soffiantini) - racconta questa tragica vicenda, attraverso gli occhi di alcuni dei protagonisti, intrecciando la grande Storia con le vicende umane di uomini e donne come tanti. La sceneggiatura di Rulli e Petraglia ha attinto infatti a tutte le fonti disponibili sull’argomento, facendo però ampio ricorso non solo ai documenti ufficiali ma anche a libri di memorie, a diari, a testimonianze di fanti, artiglieri, marinai.

CEFALONIA si avvale di un cast di primo piano: Luca Zingaretti è il sergente Saverio Blasco, coraggioso veterano di troppe guerre; Luisa Ranieri è Feria, un’italiana coinvolta in una storia d’amore intensa e segreta con il sergente; Jasmine Trinca è Elena, la giovane figlia di Feria e di Mikis, interpretato da Claudio Amendola; Corrado Fortuna è il soldato Nicola, mentre Valerio Mastandrea è l’ufficiale medico Moreno. Nel cast anche: Claudio Gioè nel ruolo del prete Don Liborio, Fausto Paravidino in quello dell’ufficiale Gualtieri, Roberto Di Francesco in quello del soldato Traina. Il generale Gandin è interpretato da Ermanno Grassi.

Le musiche del film sono di Ennio Morricone.

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